News

Il rag. Fantozzi e la sostenibilità

Pubblicata da Opera il 25/10/2021

Ogni volta che sento la parola “sostenibilità” la mia memoria istintivamente percorre a ritroso un salto di quasi 50 anni e non posso nonpensare a che cosa avrebbe detto su questo tema il rag. Ugo Fantozzi.

Quasi certamente, dopo qualche istante di riflessione, le sue parole sarebbero state: “Per me… la sostenibilità… è una cagata pazzesca!!!” E ora come allora gran parte del pubblico si alzerebbe tributando nuovamente “92 minuti di applausi” di fronte a questa affermazione politicamente scorretta.

Perché nell’epoca in cui tutto deve essere sostenibile (per vocazione, per moda o per decreto legge) sta lentamente strisciando una diffusa insofferenza nei confronti della sfida della Sostenibilità? E’ una scelta anticonformista o c’è qualcosa di più?

Avrebbe forse ragione il rag. Fantozzi nel credere che non c’è nulla di autenticamente sostenibile nel marciare nelle piazze indossando scarpe alla moda o abbigliamento low cost prodotto in Vietnam o Cambogia in modo se non altro logisticamente (e probabilmente socialmente e ambientalmente) non sostenibile? Oppure cambiando tv e smartphone ogni 2/3 anni senza porsi il problema dello smaltimento del vecchio e/o dei “costi” ambientali della produzione del nuovo? E’ forse coerente la pretesa che i prodotti alimentari (che dipendono dal ciclo della natura) abbiano una qualità costante nel tempo ma non siano arricchiti da coloranti o conservanti e abbiano solo confezioni plastic free? Le persone sono realmente attente alla sostenibilità o si dimenticano velocemente dell’ambiente e/o del rispetto del lavoro di fronte ad una isola promozionale con sconti del 50%?

Non è forse vero che, nella stragrande maggioranza dei casi, la Sostenibilità è una pretesa dichiarata nei confronti degli altri (i governi, i paesi lontani, le imprese, gli agricoltori, le istituzioni, etc.) ma poi quando dobbiamo avere comportamenti “scomodamente” sostenibili troviamo una serie di eccezioni e distinguo che mettono in discussione la reale necessità di fare dei sacrifici per un bene superiore?

Dovremmo, credo, sostituire o abbinare la parola sostenibilità ad un altro concetto più tradizionale ma che, forse per questo, non passa mai di moda: il concetto di Responsabilità.

Spesso associamo al termine “responsabilità” una connotazione negativa che sottende significati di colpevolizzazione. Utilizziamo espressioni come “sei il responsabile”, “devi prenderti delle responsabilità” o “cerchiamo il responsabile”. In realtà la responsabilità non è un dovere o una colpa ma semplicemente una consapevolezza nell’ambito della quale ciascuno si prende carico di un pezzo del futuro nostro (per noi) e di tutti (responsabilità condivisa). La cultura della responsabilità, di cui la sostenibilità è solo una parte, implica scelte importanti, radicali ed a volte scomode che non si fanno per interesse o convenienza ma semplicemente perché è giusto farle. Mi piace ricordare come nel 1959 uno sconosciuto ingegnere aeronautico che lavorava per una famosa casa automobilistica inventò le cinture di sicurezza a 3 punti che nei decenni successivi avrebbero salvato diversi milioni di vite. Quella casa automobilistica e l’ing. Bohlin non guadagnarono neppure un euro da quella invenzione che brevettarono in forma open per consentire a tutte le case automobilistiche di adottarle sui propri modelli. Grazie a questo però, ed alla coerenza della visione, a 62 anni di distanza, quella casa automobilistica è ancora sinonimo di sicurezza. Anche a costo di fare scelte scomode (inizialmente le cinture furono definite una “violazione dei diritti umani”). Come l’adozione per prima del segnalatore luminoso di cinture non innestate, posizionato in prossimità dello specchietto retrovisore. Occorre ricordare, infatti, che quel segnalatore luminoso non era posizionato in quel punto solo per ricordare all’autista dell’auto di agganciare le cinture, quanto piuttosto per avvisare la pattuglia di polizia da dietro del mancato utilizzo del sistema di sicurezza da parte del proprietario dell’automobile della famosa casa automobilistica. Le scelte scomode ma responsabili sono quelle che fanno davvero la differenza. Oggi lo chiameremmo “attivismo di marca”, in realtà sono queste scelte che spiegano il vero senso della esistenza delle marche e ne giustificano la permanenza nel tempo. Vale solo la pena ricordare che, per tornare all’esempio della famosa casa automobilistica, nel 1959 in Europa c’erano oltre 500 marche di automobili e oggi ne sono rimaste solo 38.

E’ solo facendo scelte scomode ma giuste nella direzione della responsabilità che possiamo davvero sperare di avere una visione. E dobbiamo imparare a considerare cool i piccoli e i grandi gesti di responsabilità che oggi ci sembrano dei sacrifici ma che possono rappresentare il segno di una generazione che, per prima, si è presa carico di un pezzo di futuro, con buona pace della corazzata Kotiomkin.

 

Prof. Sebastiano Grandi
sebastiano.grandi@unicatt.it
Università Cattolica del Sacro Cuore

Realizzazione Software: Informatica Ambientale srl - Gestione Grafica: Ovis Nigra